Grazie alla mia amica del cuore Alessia ho riportato alla memoria la mia storia preferita di quando eravamo piccine e la maestra Aurora (nonché la sua mamma) ce la leggeva con un vago accento sanquirichese :).
L'ho ritrovata qui, a quanto pare non eravamo le uniche, e la riporto con piacere!
C'era
una volta, nel paese degli elefanti, una tribu' nella quale le femmine
avevano gli occhi grandi e brillanti e la pelle rosa confetto. Questo
bel colore dipendeva dal fatto che le elefantine mangiavano solo peonie
ed anemoni fin dal primo giorno di vita. Non che le peonie e gli
anemoni fossero proprio buonissimi da mangiare. Ma-questo si'- facevano
venire una pelle liscia e rosa e dei begli occhi brillanti. Le peonie e
gli anemoni crescevano in un giardinetto chiuso da un recinto. Cosi' le
elefantine rimanevano dentro a giocare fra di loro e a mangiare fiori.
"Bambine", dicevano i papa', "se non mangiate tutti gli anemoni, se non
finite le peonie, non diventerete mai belle e rosa come la mamma, non
avrete mai gli occhi brillanti, e nessuno vi vorra' sposare quando
sarete piu' grandi." E per incoraggiare il colore rosa a venire, si
mettevano alle elefantine delle scarpette rosa, dei collettini rosa e
dei bei fiocchi rosa in fondo alla coda. Le elefantine, dal loro
recinto di peonie e anemoni, vedevano i loro fratelli e cugini, grigio
elefante, giocare nella savana odorosa, mangiare l'erba verde,
rovesciarsi addosso dell'acqua e del fango, far la siesta sotto gli
alberi. Fra tutte Pasqualina, malgrado le peonie, malgrado gli anemoni,
non diventava rosa neanche un po'. Questo fatto rattristava la mamma
elefantessa e faceva molto arrabbiare il papa' elefante. "Ma
Pasqualina", le dicevano, come mai sei sempre di quel brutto colore
grigio che non si addice ad una elefantina? Hai forse cattiva volonta'?
Sei forse ribelle? Attenta, Pasqualina, cosi' non diventerai mai una
bella elefantessa." E Pasqualina, sempre piu' grigia, taceva. E
mangiava per compiacenza, qualche anemone e un po' di peonie. Cosi', un
giorno, il papa' e la mamma di Pasqualina decisero che ormai non c'era
piu' nessuna speranza di vederla diventare bella e rosa e con gli occhi
lucidi, come doveva essere un'elefantessa. E decisero di lasciarla in
pace. Pasqualina, felice, usci' dal recinto, si levo' le scarpette, il
collettino, il fiocco dalla coda e se ne ando' a scorazzare per conto
suo fra le erbe alte, sotto gli alberi carichi di frutti succulenti, e
a sguazzare nelle belle pozzanghere di fango. Dal recinto, le altre
elefantine la guardavano: il primo giorno spaventate, il secondo giorno
preoccupate, il terzo giorno perplesse, il quarto giorno invidiose. Il
quinto giorno le piu' coraggiose incominciarono a uscire dal recinto ad
una ad una. Attorno al giardinetto di peonie ed anemoni, le scarpette,
i fiocchi, i collettini si ammucchiarono abbandonati. Nessuna
elefantina, dopo aver provato l'erba verde, le docce fresche, i frutti
dolcissimi, i giochi spensierati e le sieste all'ombra dei begli alberi
frondosi, volle piu' in vita sua vedere una scarpetta, ne' mangiare una
peonia, ne' entrare in un recinto. Da quell'epoca ormai lontana, riesce
difficile a chi guardi giocare i piccoli di quella tribu', decidere
quali sono le elefantine e quali gli elefantini.
(Adela Turin e Nella Bosnia)
