Sto leggendo un libro di che si intitola "L'ultimo bambino dei boschi" di Richard Louv.
Mi viene in mente che, quando ero piccola io, la natura non faceva paura, noi bimbi eravano liberi di poterla esplorare da soli, di correre anche qualche rischio, di misurarci con noi stessi e l'ambiente che avevamo intorno.
Mi ricordo la sensazione di essere completamente assorta nella preparazione di pappe di fango e bacche rosse, nella costruzione di case di cartone che durava magari una giornata intera e poi.. il gioco era quello, finito lì. Soddisfatti di aver creato qualcosa.
Mi ricordo l'odore del bosco, camminare con mio nonno sulle foglie secche in cerca di castagne, in silenzio, essere pervasa da un senso profondo di sacro e di mistero.
Io avevo molta soggezione del bosco, non paura, ma un profondo rispetto, come per una persona anziana, per una maestra. Guardavo con ammirazione tutto ciò che avevo intorno e addosso, il bosco entrava dentro ad ogni respiro e davo un senso al mio nome: Silvia, da selva, silvestre, selvatica.
Penso che stare a contatto da bambina con questi ambienti naturali sia stato fondamentale per la mia crescita, per la mia maturazione.
Ho sempre antenne molto sensibili per l'ambiente con cui mi trovo a contatto e il disagio diventa fisico e mentale se non riesco ad entrarci in sintonia. Sono un'ecologista nell'anima, non mi viene in mente di usare il pianeta come una pattumiera, sono attratta da tutto ciò che si avvicina alla natura "naturalmente". Mi viene in mente ad esempio la pedagogia steineriana, e in senso lato tutta l'antroposofia. E' così intimamente connessa con la natura, che per me è stata come uno svelare qualcosa che era già da sempre dentro di me. E che gioia è stata trovare conforto nelle pagine di Steiner, della Montessori per molti aspetti.
Da quando sono rimasta incinta di Ettore il bisogno di ritornare alla natura, ad ascoltare l'istinto si è fatto prepotente. Ho semplicemente ascoltato, assecondato per quanto mi è stato possibile - ho i miei limiti - e intrapreso una via che mi riportasse al fare, sentire, percepire che fosse più ecologico possibile. E allora l'aria fresca ha cominciato a pervadere anche l'anima e mi sono sentita un sorriso dentro che se non altro mi diceva che la scelta fatta era stata giusta.. ora si tratta solo di andare.
Ho paura quando vedo bambini (e adulti) che non vogliono stare fuori, che hanno bisogno di rientrare nelle loro tane sterili e artificiali, di "attaccarsi" al tubo catodico della tv, di rinchiudersi come ricci. Che hanno paura di sporcarsi col fango, che non riescono a correre, tanto sono abituati a muoversi solo in piccoli spazi.
Ho paura che non sentano i miliardi di sensazioni che un bosco, il mare, un prato, la carezza ad un animale possono dare a livello uditivo, olfattivo, visivo, tattile, emozionale. Puoi guardare un bellissimo documentario alla tele, ma sei lì inchiodato, fermo immobile, e tutto il resto? Che esperienza si fa un bambino di un pinguino visto su uno schermo? Certo non è facile uscire e vederlo per strada (in casa nostra forse, nelle giornate più fredde :), ma è sempre meglio uscire e guardare una fila di formiche che trasportano molliche da una parte all'altra del marciapiede.
Ho paura che i bambini non sappiano da dove vengono le cose che hanno nel piatto, di cosa sono fatti i vestiti che indossano, come cinguettano gli uccelli o come far fare gare ai paguri sulla spiaggia. A volte sembra tutto molto più complicato di quanto non sia, in realtà basta concedersi la libertà di alzare gli occhi e guardare gli alberi e già ci sembra di essere in un altro mondo, anche in un piccolo parco di città.
Per i bambini la mancanza di contatto con la natura non è una cosa da poco, impedisce che il loro cuore, i loro polmoni, le braccia, la qualità del sangue si formino nel modo giusto.. E' proprio la forma degli organi che si distorce, cambia, il respiro non impara a essere rotondo, ma è trattenuto, asmatico, le spalle si stringono di tensione.
Voglio che i miei figli imparino dalla natura a rispettarla ed amarla.